Dipingo e mi fa star bene
… Cézanne porta la “natura morta” a un’altezza in cui le cose esteriormente morte diventano interiormente vive. Le tratta come tratta l’uomo, perché ovunque sa vedere la vita interiore. Dà loro un’espressione cromatica, cioè una dimensione intimamente pittorica, e le chiude in una forma traducibile in forme astratte, spesso matematiche, che diffondono armonia.
W. Kandinsky
I colori. Fin da bambino sono stato affascinato dai colori; rubavo le matite ai fratelli più grandi.
A dodici anni ricordo una specie di esordio: illustrai una scena di Sangue romagnolo, il racconto del mensile del libro Cuore. Ma preferivo esercitarmi coi colori.
Nel disegno mi sono applicato sui vent’anni per motivi di necessità, potrei dire. Avevo cominciato a lavorare e mi mancava il tempo per dipingere quadri. Il quadro richiede tempi lunghi, il disegno invece, anche per certo suo carattere di “prova”, può essere veloce. Usavo i pastelli, la matita e il carboncino. A ciò dedicavo il venerdì sera: rigidamente. Non c’erano riunioni, adunanze o altro che mi facesse rinunciare.
Con la fine del lavoro sono tornato al colore, cioè alla pittura in senso ampio. E avevo maturato la necessità di ricerche nuove: la simmetria, lo studio della matematica che scoprivo nelle sue facoltà creative dopo averla per anni subita come un tormento.
E’ ovvio che la “mano libera” restava la modalità principale, anzi ha favorito scoperte. Nel pulire i pennelli sul cartone durante il lavoro al quadro, mi sono accorto che il cartone era pittura o poteva, scegliendo e ritagliando, diventarlo a sua volta. I “quadretti”, cioè i cartoni di piccole dimensioni con cui mi sono riempito la casa sono nati “casualmente”; poi, dopo la scoperta, sono entrati a far parte del lavoro consapevole. Ma sempre con l’aiuto del caso, dell’improvvisazione. Arrivo a dire che rispetto a quadri grandi e progettati sono più personali, più inventivi: la materia pittorica in sé induce alla scelta piuttosto che il contrario.
Ho passato la vita a sfogliare e consultare libri d’arte; poi, come dicevo, di matematica e di scienze umane: Semir Zeki, ad esempio, coi suoi studi sul rapporto fra arte e cervello, e Bruno d’Amore, e Piergiorgio Odifreddi …
Gli impressionisti e Cézanne sono stati una folgorazione, quando ero giovane, e li ho ripresi nel mio diletto. Ma tutta l’arte mi interessa, l’antica e la moderna. Ci ho messo del tempo a entrare nella suprema sintesi di Mondrian, ma ho amato subito e molto Chagall; Kandinsky mi ha dato emozioni grandi – e che stupidaggini m’è toccato di sentire in mostre e musei: aveva ragione Oscar Wilde, quando diceva che quelli sono i posti dove il pubblico, lo spettatore, dà il peggio di sé – ma ho provato interesse anche per i veristi come Chierici … e Malevič, che dire del suo astrattismo così compiuto?
Con tutto ciò resto io: guardare, dipingere, far prove, scattare fotografie, “giocare all’arte” coi miei nipoti. In una parola: divertirmi. Perché il fare artistico, buono o cattivo che sia, fa star bene.
Fulvio Bettati